Gli stracci di Beatrice
Mi chiamo Beatrice*, ho 50 anni*, sono Ticinese e vivo a Mendrisio*. Sono musulmana e porto il velo. Non è solo un pezzo di stoffa: è una scelta personale, parte della mia identità. Eppure, per qualcuno, sembra essere un pretesto per giudicare.
Qualche anno fa, ero in fila alla cassa del supermercato, in una giornata come tante. Davanti a me la routine: la spesa, la fila, i pensieri di sempre. All’improvviso, un signore anziano, sui 60 o 65 anni, mi si è rivolto in dialetto dicendomi: “ma tira giù chel strasc dalla testa”(ma togliti quello straccio dalla testa).
Quelle parole mi sono arrivate addosso come uno schiaffo. Non ho risposto. Ho scelto il silenzio. Era un uomo anziano e, per rispetto, non ho voluto discutere. Ma il fatto di non aver reagito non significa che non abbia sentito il peso di quell’offesa. Dentro di me ho provato fastidio, amarezza. Mi sono chiesta come si possa ridurre una persona a un pezzo di stoffa, come si possa sentirsi autorizzati a umiliare qualcuno in pubblico.
Secondo me, chi si permette certi commenti dimostra una mentalità chiusa, retrograda. Sono persone che si sentono superiori e pensano che una donna con il velo sia automaticamente inferiore, incapace di parlare o di difendersi. Questo pregiudizio fa male, perché cancella chi sono davvero.
Un altro episodio è avvenuto qualche tempo prima, in un altro grande supermercato ticinese. Ero anche lì in fila alla cassa. Un uomo sulla quarantina, dietro di me, ha iniziato a dire a voce alta, rivolgendosi alle persone accanto a lui: “guarda questi terroristi”, “queste persone sono assassini”. Non mi ha nominata direttamente, ma era evidente che si riferisse a me, al mio velo.
Quella volta ho deciso di non restare in silenzio. Mi sono girata e gli ho detto: “Scusa, c’è qualche problema? Se hai qualcosa da dirmi, dimmelo guardandomi in faccia.”
Appena l’ho affrontato, si è tirato indietro. Ha risposto: “No, no, nessun problema.” E tutto è finito lì.
In quel momento mi sono sentita attaccata, ma anche determinata. Ho risposto perché volevo difendere l’immagine delle donne musulmane: non siamo inferiori, sappiamo parlare. Non volevo creare uno scontro, ma piuttosto difendere la mia dignità.
Credo che questi episodi nascano dai pregiudizi, soprattutto quando si parla di musulmani. È più facile associare, generalizzare, puntare il dito, che fermarsi a conoscere davvero una persona. Io sono una donna, una cittadina svizzera, una persona come le altre. Il mio velo non definisce la mia capacità di pensare, di scegliere, di vivere.
Questi episodi mi hanno lasciato fastidio, ma ho speranza che le cose possano cambiare, e che in futuro sempre meno persone si sentano autorizzate a fare commenti del genere. Spero che si impari a guardare oltre le apparenze, oltre un velo, e a vedere l’essere umano che c’è sotto.
* Nomi, età e luoghi sono stati modificati per proteggere l’identità della vittima. Provenienza e stato sociale (e.g. patrizi, cittadini, domiciliati) vengono preservati quando noti, per mostrare come le vittime arrivino da ambienti molto diversi tra loro. Le informazioni sono note all’Associazione GMSI.