Le memorie di Lara
Mi chiamo Lara*, ho 28 anni*, di origini curde ma cresciuta a Bellinzona* e sto studiando fisioterapia*. Porto il velo per scelta mia, una scelta che ho fatto liberamente e di cui sono fiera. Eppure, nel paese in cui sono cresciuta, quella scelta ha continuato a parlare al posto mio — prima ancora che aprissi bocca.
Il primo episodio che ricordo con chiarezza risale a cinque anni fa. Ero alla fermata del bus. Ad un certo punto è arrivata una signora, con un accento ispanico, che mi ha guardata e ha cominciato a urlare: «Perché dovete vestirvi in questo modo? Tornatevene nel vostro paese.»
Pensava che io non capissi. L'ho lasciata finire, poi ho risposto con calma: «Signora, questo è il mio paese. Sono cresciuta qui e ho deciso da sola di mettere il velo.» È rimasta scioccata. Non si aspettava che parlassi bene l'italiano. Ha insistito, e io le ho rispiegato — per la seconda volta — che questo era il mio paese.
Nessuno è intervenuto, tranne un ragazzo straniero che non parlava bene l'italiano, che ha detto semplicemente: «La lasci in pace, signora.» Era la mia prima discriminazione. Mi sono sentita spaesata, ma in fondo me lo aspettavo.
L'anno dopo, un episodio diverso, forse più sottile, ma che mi ha ferita ugualmente. Ero con mia madre al bar, per prendere un caffè. Mia madre non porta il velo, io sì — quindi quando usciamo insieme, la gente spesso non pensa che siamo madre e figlia. Una signora si è avvicinata a mia madre e, indicandomi, le ha chiesto: «Ma perché si veste così? Non soffoca? L'ha obbligata qualcuno?»
Tono curioso, non cattivo — ma io ero lì, presente, e venivo menzionata come se non esistessi. Sono intervenuta: «Salve, sta parlando di me? Questa è mia madre. Come può vedere, io porto il velo e lei no. È una mia scelta, e sono felice di questa scelta.» La signora era spiazzata: si aspettava che fosse mia madre, quella senza velo, a parlare italiano. Invece ero io.
Ha provato a giustificarsi dicendo che spesso le donne vengono obbligate, e io ho risposto che sì, esistono anche quelle situazioni, ma la disinformazione nei media non aiuta: «una rondine non fa primavera». La signora si è ammorbidita, è diventata gentile, mi ha detto «sei bellissima, sembri una principessa». Io sono rimasta distaccata. Mi aveva ferita. Quelle parole non si cancellano con un complimento.
Più recentemente, ho vissuto una forma di discriminazione più strisciante, quella che si insinua nella quotidianità. La mia proprietaria di casa è sempre stata una persona difficile. Già quando mi aveva affittato l'appartamento mi parlava degli stranieri in modo razzista, dicendo che era «meravigliata» che io parlassi bene l'italiano. Non sapeva che portavo il velo — non ci eravamo mai viste di persona.
Un giorno ci siamo incontrate per caso sulle scale, mentre tornavo a casa. L'ho salutata. La sua prima reazione è stata: «Ah, tu porti il velo…» Poi ha abbassato lo sguardo e ha aggiunto: «Adesso capisco tutto.» Da quel momento, ogni occasione è diventata buona per lamentarsi di qualcosa. Come se il velo le avesse dato la conferma che cercava — quella di potermi trattare come qualcuno senza diritti, qualcuno che non sa difendersi.
Ma l'episodio che mi ha pesato di più, quello in cui sono tornata a casa e mi sono sentita fisicamente male,è questo: ero agli inizi degli studi, e agli inizi del mio percorso con il velo. Nessuno accettava il mio CV: ho pensato che fosse per la foto con il velo.
Un giorno un ente mi ha richiamata — dopo che avevo inviato il curriculum senza foto. Quel giorno mi sono presentata senza la tunica, con pantaloni larghi e una camicia, il velo messo in modo più sportivo. Ho cercato di “adeguarmi”. Ma non è servito.
L'intero colloquio è ruotato attorno a domande come: «Da quanto sei in Svizzera? I tuoi genitori da quando vivono qui? Parli bene l'italiano essendo straniera?» E poi, la domanda che non dimentico: «Ma tu lo toglieresti, il velo?» Nemmeno una domanda sulle mie competenze. Zero. Tornata a casa, mi sono chiesta:
«Com'è possibile che nessuno guardi quello che so fare? La Svizzera mi ha cresciuta — eppure non mi vede.»
Racconto queste storie non per vittimismo, ma perché le parole fanno male, anche quando vengono dette sottovoce o con tono curioso. E perché so che non sono sola. Ogni volta che ho risposto, ogni volta che ho spiegato, ogni volta che ho tenuto la testa alta — l'ho fatto anche per chi, in quel momento, non aveva le parole per farlo.
* Nomi, età e luoghi sono stati modificati per proteggere l’identità della vittima. Provenienza e stato sociale (e.g. patrizi, cittadini, domiciliati) vengono preservati quando noti, per mostrare come le vittime arrivino da ambienti molto diversi tra loro. Le informazioni sono note all’Associazione GMSI.