Mariam, aggredita davanti a tutti
Mi chiamo Mariam*, ho 50 anni*, sono di origine palestinese e vivo in Svizzera dal 2005*. Sono una casalinga, una madre. Pensavo di essermi abituata al Ticino, ai suoi ritmi, ai suoi silenzi. Non immaginavo che un semplice pomeriggio a fare la spesa potesse trasformarsi in qualcosa che mi avrebbe lasciata sotto shock per mesi.
Quel giorno ero andata al supermercato, per comprare l’attrezzatura da sci per mio figlio. Ero concentrata sulle taglie, sui prezzi, sulla lista delle cose da prendere. Non prestavo attenzione a chi mi stava intorno.
Poi ho iniziato a notare un’anziana signora con una grande valigia che mi seguiva da un reparto all’altro.
All’inizio ho pensato fosse una coincidenza. Ma ogni volta che mi passava accanto, colpiva intenzionalmente il mio carrello con il piede. Io credevo di averlo lasciato in mezzo al passaggio e lo spostavo rapidamente, quasi chiedendo scusa con lo sguardo. Solo dopo diversi episodi ho capito che non era un caso. Lo faceva apposta.
Ho iniziato a sentirmi a disagio. Non capivo il motivo, ma sentivo crescere dentro di me una tensione silenziosa.
Alla cassa mi sono messa in fila. Lei era in un’altra. Quando ho iniziato a sistemare la spesa sul nastro, l’ho vista avvicinarsi di corsa per mettersi proprio dietro di me, attaccata al mio corpo. Non mi lasciava spazio, era incollata a me senza motivo. Mi sentivo soffocare. Ho accelerato i movimenti solo per andarmene il prima possibile.
Quando è arrivato il mio turno, i suoi occhi erano fissi su di me. Ho ricambiato lo sguardo. Ho pagato e ho iniziato a mettere la spesa nei sacchetti. All’improvviso, ha dato un calcio a uno dei miei sacchetti, facendolo cadere.
In quel momento ho reagito d’istinto: l’ho spinta leggermente con il gomito per farla allontanare. Non ero preparata a quello che sarebbe successo dopo: mi si è scagliata contro, ha afferrato con forza il mio hijab e ha iniziato a colpirmi sulla testa.
Ero sotto shock. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Un uomo anziano dietro di lei ha iniziato a urlare qualcosa che non comprendevo. Lei, improvvisamente, ha iniziato a ripetere: “Sono malata, sono malata!”. Io le ho detto: “Rispetta te stessa, sarebbe meglio per te”.
L’uomo mi ha detto: “Signora, ho visto quello che hai fatto”.
Gli ho risposto: “Davvero? Hai visto me, ma non hai visto quando ha dato un calcio al mio sacchetto?”.
Ha distolto lo sguardo.
Tutti guardavano. Nessuno interveniva.
La cassiera aveva assistito alla scena, ma si è allontanata verso le casse automatiche come se nulla fosse successo. Anche gli altri clienti sono rimasti in silenzio. Quel silenzio è stato quasi più doloroso dell’aggressione.
Magari la signora era davvero malata, ma gli altri?
Mi sono sentita paralizzata dalla vergogna e dall’umiliazione. Ho preso le mie cose e sono uscita. Ho aspettato fuori, in lacrime, che mio marito venisse a prendermi.
Ma non era finita.
Quando la donna è uscita dal supermercato, si è avvicinata a me e mi ha detto con arroganza: “Vattene nel tuo paese, non vogliamo stranieri qui!”
Quelle parole mi hanno colpita più delle mani. Non era solo un gesto di rabbia. Era un messaggio chiaro: non appartieni a questo posto.
Dopo l’accaduto abbiamo scritto una segnalazione alla direzione del supermercato. Ci hanno risposto con delle scuse formali e ci hanno detto che la segnalazione era stata inoltrata al responsabile regionale e che saremmo stati contattati. Dopo due anni, nessuno mi ha mai ricontattata.
Quello che è successo quel giorno non è stato solo un episodio di aggressione fisica. È stato un momento in cui mi sono sentita sola, esposta, indesiderata.
Vivo qui da quasi vent’anni*. I miei figli crescono qui. Questa è la mia quotidianità. Eppure, in pochi minuti, mi è stato fatto capire che per qualcuno sarò sempre “la straniera”.
E ciò che fa più male non è solo l’odio di una persona, ma l’indifferenza di chi guarda e sceglie di non vedere.
* Nomi, età e luoghi sono stati modificati per proteggere l’identità della vittima. Provenienza e stato sociale (e.g. patrizi, cittadini, domiciliati) vengono preservati quando noti, per mostrare come le vittime arrivino da ambienti molto diversi tra loro. Le informazioni sono note all’Associazione GMSI.